mercoledì 28 giugno 2017

Bolle digitali e psicopolitica

Il 4 dicembre 2009 su Google compare una scritta apparentemente di non particolare valenza: Ricerche personalizzate per tutti. Non è implausibile che il processo di manipolazione del desiderio sia antecedente a quella data, che tuttavia può essere assunta a emblema di un complesso meccanismo di adulterazione in cui le nostre vite sono immerse. Qualche anno dopo, Eli Pariser imputa alle corazzate di internet (soprattutto Google, Amazon e Facebook) di guidare e controllare i desideri umani mediante le ricerche che compiamo e i click che digitiamo. Le armate di internet creano delle bolle su misura per ciascuno di noi, modellate sui nostri desideri e costruite su base algoritmica sulle tracce delle nostre navigazioni online. L'autore parla di bolle perché sono strutture invisibili nelle quali non scegliamo in maniera cosciente di entrare e all'interno di cui non siamo consapevoli di muoverci; strutture che condizionano la nostra psiche anche quando siamo offline. Allo stesso tempo, queste bolle, poiché sono cucite addosso al singolo utente, separano ognuno di noi dal resto del mondo. Più navighiamo in internet, più la nostra bolla assume le nostre sembianze o, per meglio dire, le sembianze dei desideri che sarebbero nostri, se già non fossero preselezionati dal sistema computazionale digitale. Navigando in rete, lasciamo dei segni che Google acquisisce per comprendere i nostri desideri e chi siamo. I risultati vengono impacchettati per eterodirigere le nostre future ricerche nella rete. Pariser mostra anche come persone superficialmente simili, digitando su internet dati di ricerca identici, ottengono risultati differenti, personalizzati appunto. Egli aggiunge che all'interno di ogni bolla siamo soli (al massimo sono ipotizzabili macrobolle in cui s'incontrano individui dai desideri affini) e che sarà sempre più difficile uscirne (1). All'analisi di Pariser si può aggiungere che, nell'atto del nostro primo accesso a internet, i colossi della rete ci vengono incontro per soddisfare i nostri desideri originari, per poi orientarli, nel tempo, dall'esterno. Quello che abbiamo clickato determina ciò che vedremo e clickeremo in futuro, come in una sorta di sentiero già tracciato, nel quale c'illudiamo di essere liberi, ma dove invece siamo telecomandati. In sintesi, la rete decide cosa dobbiamo desiderare e il nostro consenso ai suoi dettami è inconsapevole. Nella misura in cui internet (le aziende leader) ci dicono cosa desiderare, c'invitano anche al soddisfacimento immediato del desiderio, che può assumere i tratti della compulsione. Il soddisfacimento immediato del desiderio – l'assenza di dilazione – ne causa la morte.

Jürgen Habermas




Mettendo le mani sui nostri desideri, internet entra nel nostro assetto psichico e, quindi, nella nostra organizzazione di personalità. Se questo è verosimile, ne consegue una diversa configurazione del rapporto che ciascuno di noi intrattiene con se stesso e con l'Altro (uso la lettera maiuscola per indicare l'alterità che trascende ogni specifica singolarità); una diversa configurazione che investe l'intera sfera dell'esistenza umana. L'atomizzazione della società promossa dalla rete ha cancellato lo spazio pubblico della politica, scuotendo sin dalle fondamenta la condizione di possibilità del politico nelle modalità in cui lo abbiamo conosciuto in Occidente per oltre duemila anni. Habermas ha scritto che condizione di possibilità della dimensione politica è il discorso razionale che si fonda su un agire comunicativo che accade in uno spazio pubblico (2). Il piano del discorso razionale evocato da Habermas richiama l'immagine aristotelica dell'uomo che si distingue dagli animali per l'uso della ragione e per il vivere comune in società (3). Nell'agire comunicativo, il discorso razionale trova il suo scopo nella verità e nel consenso, che legittimano le istituzioni politiche democratiche. In sostanza, egli intende dire che può esserci politica autentica soltanto nell'interazione verbale tra persone fisiche che discorrono al di fuori dell'ambito del digitale. La dimensione pubblica prodotta dal digitale è, per Habermas, una decadenza, una corruzione del pubblico come orizzonte di relazioni fra esseri umani in carne e ossa che dialogano fra loro. Da questo punto di vista, l'avvento del digitale segna l'inizio della fine della politica e della democrazia.

 Han Byung-Chul




I toni pessimistici di Habermas sono bilanciati da posizioni più moderate (quando non decisamente ottimistiche) come quelle di Lévy e di Byung-Chul Han. Il primo pensa che internet introduca la condizione di possibilità di una «democrazia-in-tempo-reale», in cui ogni singolo individuo prende delle decisioni che dovrà confrontare in futuro con i risultati ottenuti. Tale prassi, come sostiene esplicitamente Lévy, è immanente alla costituzione di un «collettivo responsabile» (4). Byung-Chul Han segue la linea di Lévy, chiamando in causa il concetto di «volontà generale» di Rousseau. A me sembra che l'idea-chiave ripresa dal filosofo coreano sia che «un popolo informato», in cui ognuno ragiona con la propria testa, non può che deliberare sempre bene (5). Questo potrebbe garantire, secondo Byung-Chul Han, una democrazia senza comunicazione, ossia senza lo spazio pubblico (intersoggettività) di cui Habermas lamenta la perdita. Già Carl Schmitt aveva osservato che che la «volontà popolare» teorizzata da Rousseau «esiste solo dove il popolo è omogeneo» (6). Viene pertanto da chiedersi in quale luogo e in quale tempo si dia un'omogeneità di teste. Inoltre, sul piano storico-empirico, il popolo (qualsiasi cosa questa parola significhi) risulta informato soltanto all'interno di peculiari bolle digitali programmate su misura di ciascun singolo individuo. Perciò, chi sarebbe chiamato a deliberare in una democrazia digitale sarebbe informato unicamente nel senso di “indottrinato”. Ciò proprio perché la posta in gioco, nel digitale, è l'informazione, cucita dai colossi di internet su misura delle nostre peculiari personalità, che ne escono inevitabilmente modificate dall'esterno. D'altro canto, è lo stesso Byung-Chul Han (in un lavoro più recente) a metterci in guardia dalla psicopolitica, ossia dalle ingerenze del potere (nella sua declinazione digitale) sulle nostre menti e sulle nostre azioni (7). Il digitale ci lusinga e ci seduce ma, allo stesso tempo, monitorizza i nostri pensieri, emozioni, desideri e li quantifica, commercializza, monetizza – manovrandoli. Si configura così uno scenario neo-imperialistico e totalizzante nel quale anche la metafora del Grande Fratello appare obsoleta, poiché ciascuno di noi è parte attiva della propria sottomissione (si pensi all'uso degli smartphone e ai suoi effetti). La domanda che a questo punto ognuno farebbe bene a porre a se stesso è come conquistarsi spazi di autentica libertà all'interno di una struttura fondata sulla continua alimentazione dell'illusione di libertà.

Bibliografia

  1. Pariser E., Il filtro, Milano, il Saggiatore, 2012.
  2. Habermas J., Ach, Europa, in Kleine politische Schriften XI, Frankfurt a. M., Suhrkamp, 2008.
  3. Aristotele, Politica, 1252b 28 – 1253a 29; id., Metafisica, 980a 21 – 983a 21.
  4. Lévy P., Intelligenza collettiva, Milano, Feltrinelli, 1996.
  5. Byung-Chul H., Razionalità digitale, Firenze, goWare, 2014.
  6. Schmitt C., Posizioni e concetti (1923-1939), Milano, Giuffrè, 2007, p. 99.
  7. Han B-Ch., Psicopolitica, Milano, Nottetempo, 2016.

Mirko Bradley

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.