sabato 15 aprile 2017

La mente in evoluzione

Nel 1975, Edward Wilson pubblica un testo per certi versi epocale (1), sistematizzando per la prima volta quella che al tempo fu chiamata sociobiologia e che oggi è conosciuta come psicologia evoluzionistica. Il lavoro di Wilson non nacque dal nulla, ma aveva alle spalle una tradizione di ricerca che annovera, fra le altre, l'opera pionieristica di Leonard Hobhouse (2), da cui ho tratto spunto per il titolo di questo articolo. Il principale merito di Wilson è stato, forse, quello di delineare il campo di un progetto di psicologia che facesse finalmente i conti con la teoria evoluzionistica, corretta alla luce delle scoperte scientifiche dell'epoca. L'idea fondamentale è che la mente e il comportamento umani non sono altro dall'evoluzione della specie: le caratteristiche mentali e comportamentali dell'Homo Sapiens sono un prodotto evolutivo come il suo corpo e le parti di cui esso è composto. Poche idee sono così grandiose e affascinanti e, almeno a mio parere, non lontane dal disegno originario di Freud. La seduzione esercitata dalla psicologia evoluzionistica induce, però, a commettere degli errori che, da un punto di vista epistemologico, appaiono alquanto grossolani, ossia a delle semplificazioni che dicono tutto e il contrario di tutto, cioè nulla, divenendo pertanto non-falsificabili. Negli ultimi decenni, la psicologia evoluzionistica ha assunto la configurazione di una meta-psicologia che è un'ibridazione di neo-darwinismo e scienza cognitiva (declinabile anche al plurale a seconda degli autori e dei contesti). Proprio a causa del riduzionismo estremo in cui inciampano numerosi autori impegnati in questo ambito, la psicologia evoluzionistica si profila come un orizzonte d'indagine in gran parte ancora da delineare.



La formulazione più ambiziosa dell'attuale psicologia evoluzionistica è stata elaborata da Steven Pinker (3). In sintesi, egli sostiene che la nostra mente si è plasmata nella savana africana per far fronte ai problemi dei cacciatori e dei raccoglitori di circa 130.000 anni fa. Il ragionamento è lineare: come la struttura corporea (comprendente la scatola cranica) si è formata in quell'ambiente in base al principio di adattamento, così è avvenuto anche per la mente, la quale ha preso forma obbedendo al medesimo principio. Pinker descrive il funzionamento della mente umana adoperando la metafora del computer: essa è un grande calcolatore che gestisce gli input e gli output. I meccanismi che presiedono a tale gestione, nell'essere umano odierno, sono gli stessi che furono messi in sesto per fronteggiare le insidie del Pleistocene, come uguali sono lo scheletro e la muscolatura. In tal senso, anche per Pinker vale la battuta iperbolica che gira nei circoli degli psicologi evoluzionisti: “l'uomo del XXI secolo è uno scimmione imprigionato nei grattacieli!”. A questo punto, egli aggiunge una complicazione del tutto coerente col suo approccio: la teoria della mente modulare. Il concetto è mutuato dal filosofo americano Jerry Fodor (4), il quale, però, ha avanzato non poche riserve sull'impianto generale della concezione pinkeriana della mente; riserve che in questa sede tralascio. Per comprendere il concetto di mente modulare, occorre ancora una volta osservare la struttura del corpo umano. L'Homo Sapiens ha sviluppato, ad esempio, mani, braccia, gambe, piedi, in un certo modo che si è dimostrato funzionale all'adattamento a un determinato ambiente (che per Pinker è sempre quello della savana africana). Parimenti, l'attività mentale si è specializzata in moduli differenti per far fronte a specifiche difficoltà. Si potrebbe dire che come il corpo è composto da varie parti a seconda delle funzioni da assolvere, così la mente è costituita da diversi moduli operativi, i quali si sono rivelati utili a svolgere compiti particolari. A mio modo di vedere, Pinker ha ragione a connettere la struttura e il funzionamento della mente all'evoluzione, ma ha torto quando blocca questa evoluzione ai cacciatori-raccoglitori della savana africana. Ma prima di discutere questo punto, mi sia consentito riportare alcune semplificazioni macroscopiche pur avallate da illustri esponenti della psicologia evoluzionistica.





Desmond Morris, che pubblica sulle principali riviste scientifiche mondiali, ha sostenuto alcune tesi divertenti, ma epistemologicamente nulle (5). Semmai, può destare meraviglia (o esserne un indicatore) il fatto che abbiano riscosso tanto credito in ambiente scientifico, che dovrebbe rappresentare il vertice dell'evoluzione della specie. Per esempio, secondo Morris, il seno femminile sarebbe spesso troppo grande per essere spiegato alla sola luce della funzione dell'allattamento; sarebbe invece un sostituto adattivo del sedere. Mi spiego meglio: poiché l'Homo Sapiens ha raggiunto la posizione eretta, il minor richiamo sessuale del posteriore femminile sarebbe “compensato” (per imitazione) dal seno. Mi pare chiaro che si tratti di un'ipotesi non scientifica in quanto non-falsificabile. Inoltre, mi pare che gli uomini continuino ad apprezzare quella parte del corpo delle donne che, stando a Morris, l'evoluzione avrebbe sacrificato. Dal canto suo, Geoffrey Miller sostiene che filosofia, arte, letteratura, cinema, buona cucina, abilità della parola e altro ancora – insomma, tutto ciò che ci rende umani – sarebbero un prodotto del maschio premiato dalla scelta sessuale della femmina in funzione della nascita, dello sviluppo e della protezione della prole (6). L'idea che la cultura – a partire dal linguaggio – sia una risultante dell'evoluzione della specie può ritenersi un'acquisizione difficilmente controvertibile, tuttavia Miller giunge al paradosso per cui le donne sarebbero sì fruitrici di cultura (scegliendo il “maschio culturale” per fini sessuali), ma senza esserne a loro volta produttrici. In definitiva, per Miller, Saffo e Vittoria Colonna, tanto per fare due nomi, non sono mai esistite! Al di là di queste semplificazioni, a me sembra che l'errore di fondo di tanta psicologia evoluzionistica sia prescindere dal concetto che l'adattamento non funziona soltanto nei confronti dell'ambiente naturale, ma anche di quello culturale. Eppure, su questo punto Darwin è chiarissimo: l'ambiente culturale, per l'uomo contemporaneo, ha valenza uguale (se non superiore) all'ambiente naturale (7). In altri termini, la selezione naturale tiene conto del sistema culturale in cui gli individui e i gruppi umani sono inseriti. Detto ancora altrimenti: la cultura retro-agisce sulla natura.



Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani c'insegnano che la specificità dell'Homo Sapiens è l'essere uscito dalla savana africana grazie a una “mente plastica” che si è adattata a ogni ambiente della Terra, modificandola fino alla costruzione della civiltà iper-tecnologica. Se vogliamo, la prova scientifica che la mente dell'essere umano contemporaneo non è pleistocenica, è il fatto di aver oltrepassato il pleistocene, configurando mondi diversi. Il cervello può essere identico, ma il suo prodotto (la mente) si è ulteriormente evoluto. Il tratto caratteristico della specie umana non è, quindi, la caccia e la raccolta, ma la plasticità di una mente che si adatta a una molteplicità di ambienti diversificati e che, simultaneamente, li crea (8). L'uomo, modificando l'ambiente, determina i presupposti per nuovi problemi di adattamento. Sotto il profilo evoluzionistico, pertanto, la mente non è ferma all'uomo cacciatore-raccoglitore, ma è il risultato anche della storia più recente, che è in buona parte storia della cultura. Perciò, l'evoluzionismo offre un immenso armamentario per comprendere la struttura e le dinamiche della mente umana, a patto che tale armamentario sia utilizzato in maniera rigorosa. I gruppi umani costruiscono universi simbolici che si aprono a partire da vincoli naturali, pensabili come ventagli di possibilità, impossibili da trascendere, ma molto ampi. All'interno di questi campi di possibilità (di cui i vincoli circoscrivono i confini), l'uomo forgia numerosi mondi possibili, i quali ripropongono la questione dell'adattamento. Nella misura in cui la cultura retro-agisce sulla natura, anche questi vincoli si modificano, per cui l'evoluzione – per quanto probabilmente rallentata – non si è interrotta. All'interno di questi ambienti naturali e culturali sempre nuovi, il primo ostacolo che di volta in volta l'essere umano deve affrontare, ancor prima della riproduzione (mentre la maggior parte delle teorie di psicologia evoluzionistica sembrano ruotare attorno alla sessualità), è la sopravvivenza. I moduli mentali (Fodor-Pinker) non sono soltanto l'esito della savana africana, ma hanno assunto la forma odierna nell'interazione (nell'atto del suo esercizio ciascun modulo si ri-modula) con gli ambienti asiatico ed europeo innanzitutto, e poi durante l'incontro-scontro con i neanderthaliani, fino a giungere alla Grecia, all'India e alla Cina. Credo che sia in quest'ottica anche “culturalista” – e non solo naturalista – che sia possibile continuare, per quanto concerne lo studio della mente, quello che Darwin chiamava “il mio lungo ragionamento”.


Bibliografia

  1. Wilson E., Sociobiology: The New Synthesis, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1975.
  2. Hobhouse L., Mind in Evolution, London, Macmillan, 1901.
  3. Pinker S., Come funziona la mente (1997), Roma, Castelvecchi, 2013.
  4. Fodor J., Mente e linguaggio, Roma-Bari, Laterza. 2001.
  5. Morris D., La scimmia nuda, Milano, Bompiani, 2001.
  6. Miller G., Uomini, donne e code di pavone, Torino, Einaudi, 2002.
  7. Darwin Ch., Autobiografia (1887), Torino, Einaudi, 2016; id., Taccuini filosofici, Torino, UTET, 2010.
  8. Cavalli Sforza L.L., L'evoluzione della cultura, Torino, Codice Ed., 2016; Pievani T., Evoluti e abbandonati, Torino, Einaudi, 2015.
    Mirko Bradley

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